Giuseppe De Luca è un fumettista italiano, è nato a Casarano (Lecce) il 18 agosto 1963. È uno dei disegnatori della serie a fumetti di Dragonero, della cui serie regolare ha disegnato il numero 20 “Faccia d’osso” e 24 “Attraverso l’Erondàr”.

Durante l’evento dedicato a Giuseppe De Luca abbiamo realizzato, grazie alle domande del pubblico, questa intervista.

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Da dove arriva la passione per il disegno?

Mi è sempre piaciuto disegnare, sin da piccolo. Poi con i miei amici compravamo i fumetti della Marvel e ci riunivamo in una cantina a disegnare cercando di riprodurre i supereroi. Poi ho lasciato perdere per molti anni. Ho lavorato in una fabbrica di scarpe ma nel frattempo ripresi a disegnare fino a proporre una breve storia all’Intrepido, che fu pubblicata, poi un’altra e un’altra ancora. Cominciai a lavorare per piccoli editori finché non incontrai Fabio Celoni e iniziai così a lavorare per la Star Comics. Quindi ho cominciato a lavorare per il mercato francese. Infine sono approdato alla Bonelli.

Hai avuto dei maestri?

Sono stato autodidatta, non c’erano scuole come ora quando ho cominciato. Ho copiato un po’ di tutto, quando ho smesso di copiare i disegnatori marvelliani, ho copiato autori anche molto differenti tra di loro.

Da dove nasce il tuo stile?

Nasce un po’ dai supereroi Marvel degli anni ’70 e sono stato molto influenzato da Buscema, Romita, Kirby.

Mi sono ispirato a loro già con Nemrod e altre testate Star Comics poi con Dragonero mi sono lasciato proprio andare e ho lasciato uscire queste influenze

Cosa ti ha portato oggi fin qui?

Solo la passione. Certo, ci ho dovuto lavorare, per riuscire a fare questo mestiere bisogna disegnare molto: se disegni con orari da operaio per cinque anni di fila poi puoi fare tutto quello che vuoi.

Ci vogliono impegno, dedizione e soprattutto passione.

Tu hai lavorato molto, sia in Italia sia all’estero, ma come è avvenuto l’incontro con la Bonelli Editore?

E’ stato per caso, all’epoca un mio amico e collega, Alessio Fortunato, mi invitò ad andare con lui in redazione Bonelli perché aveva delle tavole da consegnare – mi costrinse quasi – in redazione c’era molto trambusto perché c’era in programmazione Dragonero. Io portai, sempre “per caso” alcune mie fotocopie di Nemrod, giorni dopo ricevetti una telefonata da un numero sconosciuto (scoprii dopo che si trattava di Stefano Vietti e io gli avevo attaccato il telefono perché ero al cinema a vedere “Porco Rosso”!), poi lo richiamai e mi chiese delle prove per Dragonero… ed eccoci qua!

Com’è il tuo rapporto con Dragonero e con il fantasy?

Mi è sempre piaciuto il fantasy. Pensavo fosse più semplice a dire il vero, credevo di poter inventare alcune ambientazioni, invece ci sono molti canoni da rispettare, un po’ perché il dossier è già quello, ogni cosa ha il suo posto e non bisogna uscire dai canoni, quindi in realtà è difficile.

Tengo molto a centrare i personaggi, soprattutto per le proporzioni visive, ad esempio far interagire un orco delle dimensioni di Gmor, con un’elfa alta meno della metà, non è proprio semplice.

Ci descriveresti una tua giornata di lavoro tipica?

Metto la sveglia alle 6,30 e lavoro dalle 7,30 fino all’ora di andare a dormire… faccio delle pause eh… per pranzo, poi ricomincio verso le 15,30. Non riesco a lavorare di sera tardi, prima di andare a dormire devo fare qualcos’altro, per staccare.

Quanto ci metti a finire un albo intero?

Ci vogliono circa un paio di giorni per tavola.

La cura del dettaglio è un tuo tratto personale che ti ha aiutato in Francia o viceversa, dato che lo stile francese è per tradizione molto attento ai dettagli?

Quando ho iniziato a lavorare in Francia ho sofferto un po’ per l’esigenza di seguire la “linea chiara” mentre a me piace molto utilizzare i neri, ho il gusto per le soluzioni grafiche con questo tipo di inchiostrazione bonelliana.

A parte ciò che è definito sulla “bibbia” hai libertà di movimento?

Su Dragonero, per esempio in “Faccia d’Osso” mi sono stati dati pochi riferimenti relativi alle navi, quindi ho avuto molta libertà di espressione, anche se per quanto riguarda le reference, cercare alcuni particolari medievali è stato complesso, ma ho avuto libertà anche sui personaggi, lo stesso personaggio di Faccia d’Osso l’ho interpretato liberamente.

Quando disegni quale fase ti impegna di più

Ci metto molto a distribuire i tagli delle vignette, le inquadrature. Perché cerco di non fare comparire i personaggi delle stesse dimensioni, cerco sempre di variare le dimensioni e il punto di vista e questo lavoro di “regia” mi impegna molto.

Il momento della china da un certo punto di vista è più “fisico”, più “tecnico”.

Com’è la sceneggiatura di Dragonero, libera o vincolante?

Devo distinguere tra gli autori: Enoch è più dettagliato, essendo anche lui disegnatore, spesso schizza il taglio delle vignette nella sceneggiatura. Questo mi ha aperto nuove visioni, con le sue inquadrature un po’ inclinate, diagonali. Mentre Vietti dà più libertà.

A cosa stai lavorando adesso?

Al numero 37 di Dragonero, una storia con la sceneggiatura di Gabriele Panini, sempre con la supervisione di Vietti.

Quali fumetti leggi?

Non leggo molto, però ultimamente quello di Manfredi, Coney Island, molto bello, molto maturo. Tra gli altri bonelliani, qualche numero di Dylan Dog e mi è sono piaciuti i romanzi di Simeoni, “Stria” e “Gli occhi e il buio”.

Che storia del passato ti sarebbe piaciuto disegnare?

Mi sarebbe piaciuto disegnare quell’incontro dell’Uomo Ragno con Superman che disegnò Ross Andru nel 1976.

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